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Jole si nasce o si diventa? Io modestamente lo nacqui, ma per continuare ad esserlo occorre anche applicarsi. Certamente bisogna prima capire come ci sia utile un po’ di Jole nella vita. 

Intanto ci tengo a precisare che l’essere Jole non ha a che vedere col performismo: per quello ci sono altri percorsi, e poi la casalinga perfetta è disperata mentre la Jole semplicemente non si dà per vinta in cucina e nella vita. Soprattutto esprime ai fornelli il suo dualismo tra dovere e piacere, dove tra ricettari e libri scabrosi coltiva il suo personale senso di famiglia.

La famiglia di una Jole non è mai circoscritta e nemmeno per forza convenzionale, ma il più allargata possibile perché la varietà è già presente in natura, perciò si può dire che la vera Jole rispetta anche la natura e la tendenza umana a far casino tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è piacevole diventare. In altre parole: l’essere Jole non significa per forza appartenere a un genere sessuale predeterminato. Mio padre per esempio, ben lungi da ogni ambiguità, era molto più Jole di mia mamma la quale detestava cucinare e ricevere ospiti  sebbene passasse le giornate in cucina.

Ed ecco il più importante punto: essere Jole è libertà.  La mia amica Mari, nonché Jole Suprema ad esempio, visse il suo esser Jole in due fasi distinte: nella prima con totale abnegazione al suo ruolo di madre e moglie per venticinque anni, nella seconda dando più rilievo alla personalità creativa che nel frattempo aveva coltivato in un anonimato leggero. Non smise di cucinare e provvedere, ma si diede il permesso di farlo fuori dagli schemi tradizionali riunendo le parti di sé che cucinavano bene e amavano male, diventando così Jole Suprema.

La Jole ha un compagno, ma non è detto che questo sia uomo, donna, gatto, cane, pianta o pellegrino, perché in ogni epoca i codici fissi hanno imprigionato il sentire di troppi esseri umani in gabbie dorate e blindate di rara infelicità personale.

Chiunque sia “Jole”, cucina perché nutre se stesso e di conseguenza altri. Perché cucinare è conoscere, conoscersi, invitare, osare, dosare e trasformare un prodotto in un racconto per il palato da condividere. Cucinare ha il potere di cambiare lo stato d’animo e quindi ha diretto rapporto col cambiamento. Lo sapeva Karen Blixen la cui Jole prese il nome di Babette e vinse coi suoi piatti il bigottismo  del tempo, ma lo sapeva anche Alexandre Dumas che nelle sue “lettere sulla cucina” riporta una diatriba con Rossini sulla ricetta dei maccheroni.

E’ Jole anche la mia amica che dopo anni di lavoro aziendale trova in un risotto fatto ad arte il proprio nuovo io, ed è felice. E’ Jole la signora Anita che pur avendo girato tutto il mondo a 87 anni tiene di più ai suoi tagliolini fatti a mano, che ai gioielli. Ed è Jole anche mio cognato che pur essendo padre, marito e lavoratore, si sente felice quando prepara il brodo sulla stufa a legna per il pranzo di Natale.

Quindi tornando alla domanda iniziale, scopriamo che l’essere Jole è una “possibilità” aperta a tutti di comunicare, perché tutti mangiamo, tutti raccontiamo agli altri chi siamo, ma soprattutto tutti abbiamo bisogno di amare ed essere amati e nessuno conosce di questo piatto la ricetta “perfetta”, perciò non ci resta che metterci in gioco in ogni modo possibile.

Che lo facciate con una gonna anni cinquanta o un ciuffo hipster poco importa, da una cucina retrò o ipertecno, che siate giovani o meno, uomini o donne, tutti potete scoprirvi bravi a cucinare e meno ad amare, o viceversa. Potete migliorare l’uno attraverso l’altro, ma di certo non c’è atteggiamento migliore dell’essere consapevoli che sentimenti e alimenti sono il nostro modo di assumere in noi stessi il mondo che ci circonda.

Quindi se possiamo farlo perché non farlo meglio?

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